Le spiagge campane e la loro evoluzione

Qualche giorno fa, sull’edizione campana del quotidiano La Repubblica, è comparso un articolo che ha provocato un’accesa discussione sui social media. Nell’articolo si descriveva in generale il fenomeno dell’erosione costiera, con particolare riguardo per ciò che avviene in Campania e quindi a Ischia, dove quasi tutte le spiagge sono in arretramento. L’autore citava alcuni studi del CNR e concludeva che buona parte della responsabilità dell’arretramento della linea di costa è da attribuirsi all’urbanizzazione selvaggia.

Lo studio del regime dei litorali ha come scopo la creazione di un modello matematico che preveda l’evoluzione di un determinato tratto di costa. Nel caso di una spiaggia tale evoluzione può essere relativamente veloce. Si tratta di una materia complessa, che deve tenere conto di un gran numero di fattori come correnti, altezza media e direzione delle onde, granulometria della sabbia, eventi eccezionali. L’uso dei computer e di software sempre più sofisticati negli ultimi anni ha reso meno gravoso questo compito.

Dal punto di vista geologico, una spiaggia è un’entità complessa anche nella sua stessa definizione. Ad esempio, non è affatto semplice dire dove comincia e dove finisce. Nella figura seguente è mostrato lo schema tipo di una spiaggia con la sua nomenclatura.

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La spiaggia sottomarina è costituita da materiali ghiaiosi e/o sabbiosi, che il moto ondoso può spostare secondo movimenti sia trasversali sia longitudinali rispetto alla linea di riva. La pendenza della spiaggia tende ad assumere un determinato profilo di equilibrio anche in funzione della granulometria dei sedimenti disponibili.
Con le condizioni meteorologiche e del moto ondoso tipiche della stagione primaverile in Italia, i materiali sabbiosi che costituiscono i depositi del fondale vengono spinti verso la parte emersa della spiaggia. Al contrario, in condizioni meteorologiche di tempesta, i materiali della spiaggia emersa vanno ad alimentare la spiaggia sottomarina. In linea di massima possiamo pensare, quindi, che durante il periodo autunno-inverno la sabbia della parte emersa si trasferisce verso quella immersa mentre durante la primavera-estate avviene il contrario. In condizioni normali, vale a dire senza eventi eccezionali come tempeste o importanti mareggiate, e senza alcuna modifica delle condizioni al contorno, come modifiche alla linea di costa con opere antropiche, il bilancio annuale di una spiaggia è quindi in pari: essa non arretra né avanza.
Il moto ondoso, dunque, è il principale responsabile dell’apporto o della sottrazione della sabbia, o della ghiaia, ad una spiaggia. Ma se l’azione del mare è semplicemente quella di trasportare da una parte o dall’altra il materiale di cui è costituita una spiaggia marina, da dove arriva la sabbia/ghiaia che la forma?
La sabbia si forma per erosione della roccia. Questa può essere provocata dall’azione dell’acqua nei fiumi, dai ghiacciai che erodono le rocce sottostanti durante il loro movimento, dall’alternanza di congelamento e riscaldamento delle rocce e dall’azione delle onde del mare sulle rocce, sulle barriere coralline e sui gusci dei molluschi depositati sul fondo marino. I fiumi trasportano verso il mare o altri fiumi o i laghi la sabbia che si forma sulla terraferma. In teoria una spiaggia può formarsi ovunque il moto ondoso viene a contatto con la terra. E’ un processo che può durare millenni ed inizia con l’azione demolitrice del mare al piede di una parete rocciosa che dà sul mare. Con il tempo al piede della scogliera stessa si accumula il materiale prodotto da questa demolizione, come è mostrato nella foto seguente.
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Nell’immagine successiva, invece, sono schematizzati i meccanismi del trasporto della sabbia o della ghiaia a opera del moto ondoso. Notare che lo specchio d’acqua può essere un fiume, un lago o il mare.
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Le spiagge in Campania

Il sistema costiero della Campania si sviluppa per 480 km ed è costituito per circa il 50% da coste alte alle quali si alternano coste basse e sabbiose o ghiaiose, per il restante 50%. Secondo numerosi studi condotti negli ultimi decenni, vasti tratti di litorale appaiono soggetti a fenomeni irreversibili di erosione e fortemente compromessi dalla urbanizzazione, altri risultano stabilizzati da opere di difesa, altri ancora, molto esigui, si mostrano in equilibrio o in avanzamento.

La causa di questa “tendenza erosiva”, secondo E. Cocco è imputabile principalmente a fattori antropici e specificamente:

1. alla drastica riduzione degli apporti fluviali. I sistemi costieri, non più adeguatamente alimentati, presentano un bilancio “deficitario” (il materiale che perviene alle spiagge non compensa più quello che viene “smistato” naturalmente dalle correnti costiere lungo la riva)

2. alla variazione del regime litoraneo indotta dalla costruzione di porti turistici e di opere di difesa in genere. I porti intercettano il materiale trasportato dalle correnti lungo riva. Le opere di difesa in genere stabilizzano solo il tratto sotteso, innescando processi erosivi accelerati nei tratti contigui.

 

Emblematico in questo senso è il caso della spiaggia dei Maronti, che ha sofferto negli ultimi decenni una esasperata urbanizzazione con una serie di interventi “a terra” ed “a mare” (muri di contenimento e costruzione di alberghi alla base della falesia, prolungamento del molo di sopraflutto del porto di S. Angelo, opere di difesa puntuali e di vario tipo) che, riducendo da un lato il rifornimento detritico alle spiagge e modificando dall’altro il regime litoraneo, hanno comportato una progressiva crisi erosiva specialmente nel tratto occidentale fino alla pressoché completa scomparsa dell’arenile nell’area prossima a S. Angelo, dopo la violenta mareggiata del dicembre 1999.
In un rapporto pubblicato dall’ISPRA (Mare e ambiente costiero, 2011) si legge che
“In Italia, l’occupazione del suolo in aree costiere è più elevata rispetto al resto del territorio nazionale. Dall’analisi dei dati del Corine Land Cover, aggiornati al 2006, è emerso che il territorio occupato con strutture urbane nella fascia di 10 km dalla riva è pari al 9,2%, mentre nel resto del territorio nazionale è del 5,8%. L’artificializzazione con strutture abitative e di trasporto in aree costiere è in progressivo aumento e, tra il 2000 e il 2006, si è registrato in generale nei paesi europei un incremento relativo del 5% nell’area a 10 km dalla riva. Se poi si osserva il fenomeno dell’urbanizzazione nei territori più prossimi alla costa, le percentuali di suolo occupato aumentano esponenzialmente. Il 34% del territorio nazionale compreso nella fascia dei 300 m dalla riva, area che la normativa annovera tra i beni da tutelare per il loro valore paesaggistico (D.Lgs. 42/2004 e s.m.i.), è urbanizzato, per un valore complessivo di 696 kmq”.
Nella foto successiva è mostrato un esempio della modificazione della spiaggia in un tratto di costa molisana. Le linee rosse in mare rappresentano l’estensione della spiaggia prima della costruzione delle opere antropiche evidenziate anch’esse con una linea rossa.
spiaggia molisana
In un altro rapporto pubblicato quest anno da Legambiente si legge: “Le ragioni della fragilità delle aree costiere campane sono dovute a problemi idrogeologici e alle conseguenze di urbanizzazioni, sia legali che abusive, in posti scellerati spesso a rischio dissesto. La stessa erosione costiera è un fenomeno in espansione legato a molteplici cause, che riguardano sia le trasformazioni provocate da porti e interventi sul litorale che la riduzione degli apporti dei sedimenti dalle aree interne attraverso i fiumi per vie di dighe, sbarramenti e cave. Situazioni che sarà sempre più importante monitorare per capire come intervenire in una prospettiva di cambiamenti climatici”.
Nello stesso rapporto si legge che “In Campania il il 50 % delle coste è stato trasformato dall’urbanizzazione. Legambiente ha realizzato una analisi di dettaglio dei 360 chilometri di costa al netto delle isole: 181 chilometri sono stati trasformati in modo irreversibile, nello specifico 28 chilometri sono occupati da industrie, porti e infrastrutture, 51 km sono stati colonizzati dai centri urbani. Un altro dato preoccupante riguarda la diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, che interessa 102 chilometri, pari al 28% dell’intera linea di costa. E’ davvero preoccupante sottolineare come dal 1988 ad oggi, malgrado fosse in vigore la legge Galasso che avrebbe dovuto tutelare le aree entro i 300 metri dalle coste, sono stati trasformati da case e palazzi ulteriori 220 chilometri di coste, con una media di 8 km all’anno, cioè 25 metri al giorno”.

Le spiagge ischitane

Le più importanti spiagge dell’isola d’Ischia sono “pocket beaches”. Così vengono definite le spiagge delimitate ai lati da promontori rocciosi. Si pensi a Citara, tra le Pietre Rosse e Punta Imperatore, a Cava dell’Isola, a San Montano e ai Maronti, tanto per fare degli esempi con le spiagge più note. La forma di queste spiagge è legata alla direzione di provenienza del moto ondoso, all’assetto dei promontori che le delimitano e ai materiali provenienti dall’erosione delle falesie. Nelle pocket beach le onde vengono diffratte dai promontori da cui sono delimitate e giungono a riva con fronti arcuati. Per questo motivo le spiagge tendono ad avere un profilo a “mezzaluna”. Nell’area di queste spiagge molto spesso vi è una grande biodiversità poiché in condizioni normali esse includono una grande varietà di habitat.
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In molti casi l’erosione dei promontori e della falesia retrostante non sono sufficienti da soli ad alimentare queste spiagge. Esse sono, inoltre, particolarmente vulnerabili alle forti mareggiate. Appare quindi evidente che l’apporto sedimentario dei piccoli corsi d’acqua, se ce ne sono, assume una rilevante importanza. L’impermeabilizzazione delle sponde, infatti, ha come risultato uno scarso trasporto di sabbia e ghiaia verso il mare.
Per fare un esempio, la spiaggia di Citara riceve materiale erosionale soltanto dal promontorio di Punta Imperatore, poichè alle sue spalle un’immensa colata di cemento e asfalto hanno definitivamente e irreparabilmente compromesso l’apporto che poteva provenire dalla falesia retrostante. Lo stesso accade ai Maronti, dove fu effettuata un’importante opera di ripascimento nel 2002. Intanto, però, erano state costruite nuove opere per il porticciolo di Sant’Angelo. Dopo soli due anni il mare si era ripreso tutta la sabbia aggiunta e anche qualcosa in più. Adesso si sta progettando di ripetere l’operazione, ma evidentemente è necessario uno studio più accurato prima di spendere del denaro pubblico per finanziare una cura che potrebbe essere peggiore del male.

Conclusioni

Sulla base di studi autorevoli, basati su osservazioni che allo stato attuale possono andare indietro nel tempo fino a diverse decine di anni, sembrerebbe, in conclusione, che una delle cause principali dell’arretramento delle nostre spiagge sia proprio l’azione dell’uomo. Costruendo sempre più vicino alla linea di costa si fa in modo che l’azione erosiva e di trasporto del moto ondoso venga ostacolata e modificata. Anche la presenza di nuove opere portuali, ripascimenti condotti in modo inadeguato, la costruzione di opere di protezione come scogliere o pennelli, provoca una modifica dell’azione del moto ondoso a volte in modo irreversibile.

L’equilibrio di una pocket beach è estremamente delicato, molto più di una spiaggia “normale”. Se pensiamo al litorale domizio, a quello della zona di Rimini o alla Versilia, fatto di spiagge lunghissime con pinete retrostanti, non ha alcun senso paragonarne la dinamica evolutiva a quella di una spiaggia piccola, incassata tra due promontori. Peraltro gli studi dimostrano che, almeno in Campania, in entrambi i casi le spiagge sono per buona parte in arretramento. Le modificazioni meteorologiche a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, con eventi piovosi eccezionali e con mareggiate molto intense sempre più frequenti, non fanno altro che accelerare il processo evolutivo delle spiagge. Attribuire l’arretramento della linea di costa all’aumento del livello del mare è un’ipotesi discutibile, visto che l’aumento c’è stato sì, ma è pari a 120 cm negli ultimi 20mila anni: qualcosa come 0.06 mm all’anno, anche se la tendenza è in aumento.
L’evoluzione dell’ambiente costiero è estremamente complessa da prevedere, vista la straordinaria quantità di variabili in gioco. Ma le osservazioni e le misurazioni fatte a terra e da satellite negli ultimi 50 anni hanno evidenziato, per lo meno in Campania, ma anche a livello europeo, a) un sostanziale arretramento delle spiagge b) un eccezionale aumento delle opere antropiche a ridosso delle spiagge stesse, sia a terra che a mare. Questi fattori, specialmente per un ambiente dall’equilibrio precario quale è una pocket beach, hanno evidentemente prodotto delle modificazioni apparentemente irreversibili. La progettazione e la realizzazione di opere di protezione devono essere fatte da persone competenti, che comprendano a fondo la necessità di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sull’andamento delle correnti marine, dei venti, della probabilità e intensità degli eventi meteorologici eccezionali, della granulometria e della natura della sabbia. Tuttavia appare davvero molto complesso risolvere il problema dell’arretramento di una spiaggia quando essa è ridotta allo stato mostrato nella foto successiva, con parcheggi, cemento, asfalto e chi più ne ha più ne metta “a mollo”….
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